(rec.) La larghezza dello spirito come idealità sociale di Ludovico Limentani
| Pubblicato su: | Leonardo, anno II, fasc. 14, p. 38 | ||
| Data: | novembre 1904 |

pag. 38
LUDOVICO LIMENTANI, La larghezza dello spirito come idealità sociale. — Padova, Tipografia dei Fratelli Gallina, 1904.
Ho letto con somma attenzione e, secondo la raccomandazione dell'A, con «benignità e indulgenza» questo opuscoletto e ci ho imparato che il segno del progresso morale è la moltilateralità, il non avere opinione propria, il non disprezzare nulla, la benevolenza verso tutte le idee, l'apertura verso tutto e tutti, insomma quella che si può chiamare la «vigliaccheria teorica». Ma ci ho imparato anche che l'esser largo di spirito è una cosa terribilmente difficile se neppure il Signor Limentani che pure scrive e forse pensa tutta codesta roba non riesce ad esserlo. Tant'è vero che in due pagine io ho trovato all'indirizzo mio o dei miei amici, quali testimonianze della sua larghezza spirituale, questi amabili giudizi «ristrettezza di vedute, angustia di orizzonti, miseria e sterilità ideale, presunzione meschina, elefantiasi della presunzione, parossismo della vanità, sufficienza arrogante, tronfia malignità, striminziti, abortivi, sopracciò, garruli, vani, pigri, malvagio uccello pigro e di poco volo, grida stridule incomposte e rabbiose ecc. ecc.» (p. 7-8). Come mai il Signor Limentani ha la faccia tosta di parlare di larghezza di spirito quando il suo è così poco largo che non solo non ha capito quello che siamo ma neppure quello che non siamo?
Sta bene ch'egli riconosce ai larghi il diritto di combattere gli stretti (p. 11) ma questo è sempre una limitazione della larghezza e della libertà, e, ammesso il principio della limitazione, non cl sarebbe difficile dimostrare che i positivisti feticisti, dogmatici e confusionisti uso Limentani sono il più perfetto tipo di quegli stretti mentali che abbiamo il piacere di combattere.
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